Maledette televendite

I ragazzini al parco riponevano via gli skate e Josephine saliva le scale di corsa. Aveva iniziato a piovere. Una falsa primavera di metà aprile di quelle che ingannano le prime rondini, le più impavide. Entrata in casa Josephine gettava il cappotto sulla sedia, metteva la teiera sul fuoco, la voce della Joplin sul piatto e aspettava. Matteo era in ritardo, da un pezzo ormai, chissà se anche lui stava correndo sotto la pioggia imprecando contro la primavera che giocava quegli scherzi? Chissà se si faceva ancora, Matteo. Gliel’aveva promesso una settimana prima, che avrebbe smesso. Si erano incontrati a giugno sotto il sole acre di un autogrill e al terzo morso di Camogli si erano già innamorati. Di quegli amori che non sai se definirli tali perché troppo improvvisi e dare la colpa al contesto o alle proprie debolezze forse fa più comodo; ci hanno abituato al fatto che le cose facili non possono essere vere fino in fondo, anni di televendite ingannevoli ci hanno tolto la fiducia nei sentimenti.

In ogni caso era andata così, per loro. Era iniziata una nuova era per Josephine, che finita l’università si sentiva sola. E anche per Matteo, che delle droghe sintetiche, volente o no, non ne poteva più. Avevano fatto bagni in mare e passeggiate alla caletta, al fondo della scogliera, da cui Matteo le aveva mostrato che si poteva tuffare senza paura e soprattutto senza un briciolo di Efedrina in corpo. Lei lo aveva aiutato a darci un taglio, con quella merda. E lui l’aveva ringraziata come poteva, con quel forte amore che sentiva e i pochi spiccioli che aveva in tasca. La pizza da Hamid, il cinema il mercoledì e la domenica al parco, a guardar le anatre e sputare sentenze sul mondo. La Joplin cantava, la teiera sbuffava e Matteo non era ancora arrivato. Appena un anno prima Josephine non avrebbe nemmeno potuto immaginare di ritrovarsi aggrovigliata in una storia come quella con tutta se stessa: una casa insieme, un persiano aristocratico che delle coccole non poteva fare a meno, suo padre e i suoi sproloqui da fascista lontani ormai anni luce e un ragazzo dal cuore grande, come le sue paure. Non riusciva all’inizio a fidarsi del tutto di quell’uomo dal viso misterioso e fragile e delle sue tante dipendenze. Ma quello che provava era forte, fin dall’inizio, fin da quel Camogli sotto il sole cocente di un Autogrill a pochi passi da Reggio Emilia. E allora si era lasciata andare, aveva riposto i dubbi in un cassetto, lontano dal suo cervello e aveva vinto, almeno questa prima parte di battaglia. Faceva le pizze Matteo, non buone come quelle di Hamid intendiamoci, ma pian piano stava migliorando e il sogno di aprire una pizzeria tutta sua a New York lentamente si stava stagliando all’orizzonte, seppur ancora opaco, avvolto dalla nebbia del sogno e dell’incertezza.

Il telefono aveva squillato la Joplin danzava ancora al ritmo di 33 giri al minuto e Josephine correva di nuovo per scale, questa volta all’ingiù, senza cappotto. Il scrosciava la dannata acqua di aprile e l’asfalto puzzava e Josephine correva, doveva attraversare la città, correre più forte che poteva un po’ per arrivare il prima possibile, un po’ per non pensare. Non pensare al suono sordo e cigolante della moto che striscia sul bitume puzzolente e bagnato, non pensare a quello che aveva appena sentito dall’altro capo del telefono. La città sembra più grande quando sai che devi attraversarla quasi tutta e farlo in fretta. L’aveva giocato, lo scherzo definitivo, primavera bastarda. Fuori dai finestrini del bus scorreva confusa la strada che portava all’ospedale quasi confusa quanto i sentimenti contrastanti che affollavano la mente di Josephine. Perché così? Perché adesso?Maledette televendite.

L’ingresso dell’ospedale, crogiuolo di sorrisi, pianti, odore di disinfettante, mendicanti e spasmi dell’anima. “Terapia intensiva”. Li’ le avevano detto di correre e li’ trovó Matteo, quel suo amore tossico o meglio Ex-tossico, che dalla pioggia e dalla fretta di correre da lei, ora immobile probabilmente sognava New York. “Si riprenderà” le dicevano. “Non sappiamo quando e come, ma si riprenderà signorina”. Signorina. Non la chiamavano così da quando se n’era andata da quell’incubo di famiglia dai tratti fascisti e disgustosi. “E i genitori del ragazzo?”. I genitori del ragazzo…che domande! Sua madre non si era più degnata di chiamarlo da quando le aveva rubato quella collana d’oro con la faccia della Madonna per comprare qualche dose in più. Una vergine per una pera. Che puttana, la Madonna. Josephine rideva ogni volta al pensiero che la Vergine Maria fosse stata complice della fine di un legame così forte come quello tra madre e figlio e invece, un panino da 4 euro e 50 ne avesse creato un’altro, tra due anime sole.
Era lì, fermo, la testa fasciata e l’odore di garze e sangue misto a ghiaia ancora nell’aria. Dicevano che non aveva fatto tutto da solo e che non era neanche colpa della primavera, ma di un SUV bianco fuggito via. Sport Utility Vagon, che nome bizzarro pensava Josephine.
Un mese. Un mese di vita a fianco di quel letto, come un fermo immagine muto, rotto solo dallo squittio ritmato delle macchine cui Matteo era attaccato, un bip costante, conversione mp3 del battito del cuore. Jospehine si chiedeva se in quel suono fosse rappresentato, almeno in piccola parte quel forte sentimento che, era sicura, Matteo provava per lei. In quel mese lungo come non mai nessun parente aveva fatto visita al ragazzo, nessuno aveva chiamato per avere sue notizie. Solo Hamid, sempre impegnato davanti al suo forno a legna, aveva avuto la sensibilità di telefonare e aveva addirittura inviato qualche pizza alla bella Josephine, per alleviare un po’ quei crampi allo stomaco in vista di un’ennesima nottata in corsia ad aspettare che quegli occhi grigi che ormai erano la metà dormiente di sè si aprissero di nuovo. Aveva capito che erano soli, lei e Matteo, come non mai, ma non le pesava, sentiva anzi che quella solitudine era una perla rara da custodire come oro, fra tutta la merda del mondo attorno e non c’erano primavera o suv che potessero portarla via.
I miglioramenti c’erano, i medici erano fiduciosi e l’emorragia si stava lentamente ritirando. Aveva smesso di piovere da un pezzo ormai. I ragazzi al giardino sotto casa avevano adesso qualche ora di luce in più prima di tirar dentro gli skate e sul piatto non era più tempo di Joplin, ma già di Beach boys.
Josephine era fiduciosa.

Matteo aprì gli occhi una mattina di inizio giugno, ancora non parlava, ma era riuscito a piangere e a stringerle la mano.
Fra poco meno di un mese sarebbe di nuovo giunta l’ora del sole, dei tuffi, delle autostrade infuocate, della pioggia veloce e violenta prima del tramonto. Di nuovo loro, senza bisogno di niente. Solo di una focaccia prosciutto e formaggio e di 4 euro e 50, il prezzo del loro amore.

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Un posacenere di lava nera

Come una domenica. Rimaneva tutto sospeso in quel limbo fra la quiete e la noia. Nonostante non ci fosse niente di realmente sbagliato o deprimente fuori e dentro di lui, tutto rimaneva comunque avvolto da quell’aura annoiata e depressa che non riusciva a scollarsi di dosso. Fuori era grigio, non plumbeo, piuttosto quel grigio brillante che sembra farsi beffa dei buoni propositi.

Pensava a suo nonno, a ciò che gli aveva raccontato un pomeriggio di molti anni prima. “Dicono che le sigarette si facciano appuntite mentre le fumi se c’è qualcuno da qualche parte che ti ama e ti sta pensando, proprio in quel preciso momento”. E’ una leggenda, gliel’aveva raccontata fumando l’ennesima sigaretta sul patio della sua villa di campagna, emettendo grosse nuvole di fumo denso e ciccando nel suo posacenere di lava nera. Le sigarette a punta. Non ci aveva mai creduto alle leggende, come a Dio. Le usava come palliativo ad una vita fatta di troppe domeniche. E Dio? Lui era una specie di customer service della vita; insomma ho comprato il biglietto, se tutto va di merda dovrò pur cercare di farmi rimborsare!

Un grand’ uomo suo nonno. Dalla scorza dura. Come quelle arance dalla buccia sottile, così tanto difficili da sbucciare, ma così dolci dentro che se superi la fatica dell’attesa poi ti regalano un’esperienza, quasi un’epifania, l’unico pezzo d’inverno che nasconde frammenti d’estate. Forse per questo tutti le amano.

Un grand’uomo suo nonno. Sposato da cinquant’anni  e ancora le sue sigarette si facevano appuntite. Ci aveva ripensato solo quel pomeriggio, seduto al parco fra i due platani che più preferiva. Tornava sempre lì a riflettere da quando suo nonno non c’era più, da quando la sua vita era un ammasso di troppe domeniche. Un pacchetto dopo l’altro, una fiamma dopo l’altra e il fiume davanti a sé. Era tornato ad osservare la cima dei cilindri nocivi che stringeva fra le dita da quando Anna se n’era andata e si aggrappava a quella punta ardente come se fosse un presagio che lei, da qualche parte e in quel preciso momento stesse ancora pensando a lui, ma  mai che il mattino seguente si risvegliasse con i suoi occhi verdi poggiati sul cuscino. Andava così, difficile per lui che aveva sempre dato le cose per scontato fermarsi fra due platani a pensare al suo amore che non c’era più. Per giungere al parco doveva necessariamente passare davanti a quel bar di immigrati di cinesi che stranamente faceva un caffè strepitoso, quel bar per lui era come la madeleine di Proust, faceva riaffiorare ricordi e dettagli, i capelli dorati di Anna poggiati sulle sue spalle, come dormienti, le brioche che lei addentava con estrema pace, mentre lui le ingurgitava in fretta e furia senza neanche rifletterci troppo. Faceva tutto di fretta a quel tempo, come se correndo in continuazione avesse finalmente potuto raggiungere qualcosa e intanto non si accorgeva che Anna si allontanava, che nascosta dietro i lenti morsi di croissant correva veloce, molto più veloce di lui. Quante cose non aveva capito, quante cose aveva tralasciato o frainteso, quando la sua vita era ancora fatta di sabati e di energia. Non riusciva a pensare ad altro, agli errori che aveva fatto, al tempo speso a sproloquiare supponentemente su argomenti che neanche padroneggiava appieno, solo per impressionarla, mentre lei quieta, scappava via. L’aveva amato certo e secondo lui l’amava ancora, ma come fai a stare dietro a qualcuno se per lui è ancora sabato e per te già domenica? E’ come chiamarsi a distanza di molti fusi orari, certo si può chiacchierare a lungo, ci si può amare, scambiare opinioni ed effusioni, ma il mondo che vi circonda è diverso, l’ambiente è diverso, la luce. Si è più distanti di quello che si pensa. Nel primo periodo dopo la fine della sua storia con Anna aveva ancora un sacco di energia per inseguirla, per cercare di rifarla sua e lei lo amava, gliel’aveva detto. Giorno dopo giorno ad escogitare stratagemmi e tattiche come se l’amore si sottomettesse a queste umane quisquilie, ma niente, lei non cedeva, arroccata nella sua ampia sciarpa grigia. Alla fine si era arreso, si era detto che ormai aveva speso tutte le parole che aveva, tutte le lacrime che come remi lo traghettavano attraverso il suo dolore, anche per lui era venuta domenica. E allora ecco i platani, ecco il fiume, ecco suo nonno. Camminava, senza un pensiero preciso in testa e senza ricordare esattamente quale sarebbe dovuta essere la sua meta. E non fosse stato per Max, che necessariamente doveva espletare le sue canine funzioni  biologiche, sarebbe stato asserragliato in casa a fumare, sperando in una sigaretta a punta che lo tenesse appeso al filo della speranza. Era strano il suo cane; uno dei pochi cani che alla vista di altri suoi simili non si scomponeva mai, mai un balzello d’entusiasmo per giocare a rincorrersi o un’alzata di coda per farsi annusare il culo. Niente di niente. Max sembrava odiare gli altri cani, se non odiare, sicuramente ne era indifferente. La cosa cambiava a contatto con gli umani. Max adorava gli uomini, letteralmente impazziva alla loro sola vista, come se volesse parlare ed entrare a far parte del loro mondo ed essere inglobato nei loro discorsi. Non poteva entrare in un luogo con tanti essere umani tutti assieme, per sensibilità nei confronti di Max e delle sue aspirazioni. Dopo tanti pomeriggi appollaiato fra due platani a fissare il fiume aveva deciso che era ora di partire, di cambiare aria, di inseguire nuovi sabati, anche se il suo cuore era ancora per lei. Sì, per Anna sarebbe partito. Avevano detto che il tempo avrebbe ricucito le sue ferite e che pian piano Anna avrebbe finito per essere nient’altro che un’idea, un bel ricordo dagli occhi verdi nascosto da qualche parte in fondo al cuore. Avevano detto tanto, tutti.  Ma d’altronde, non ve lo posso negare, la colpa era solo sua e della sua fottuta fretta di vivere. Troppo tardi si era reso conto del suo errore e aveva lottato per tornare in superficie ma il tempo era passato e niente si era ancora ricucito e ora finalmente partiva. Era successo tutto quella mattina di febbraio, sul balcone della casa di montagna dei suoi genitori. Due poiane si ricorrevano veloci in aria fra continui volteggi e altalenanti virate, una sempre davanti, l’altra sempre dietro. Mentre quella davanti sembrava leggera e sfuggente, quella dietro rimaneva lì come appesantita, come ostacolata da quello spazio d’aria troppo denso che la divideva dalla sua compagna, che pian piano alla fine la distaccò, lasciandola sospesa in cielo, delusa, a farsi cullare dal vento. Questa immagine gli aveva definitivamente fissato nella testa l’idea che era ora di cessare l’inseguimento, Anna era troppo leggera e veloce per lui, appesantito ed esausto. Aveva capito che doveva andarsene per un po’, lontano da questa città fatta di troppe domeniche, lontano da lei e dal pensiero di poterla trovare pochi isolati più in giù, racchiusa nella sua ampia sciarpa grigia. Doveva viaggiare, vedere e conoscere posti e soggetti nuovi, riempirsi la testa di altre stronzate fino al raggiungimento (quanto ci sperava!) della definitiva pace e serenità per poter tornare e magari sedersi a quel bar di cinesi con caffè e brioche, senza piangere per lei.

E allora quello era l’ultimo pomeriggio speso al parco, a fissare il fiume ; tutt’intorno poca gente, giusto qualche passante assorto nei suoi pensieri, qualche coppia felice e qualche studente probabilmente appena sveglio con il volto ancora segnato da un sabato sera di festa. Il grigio beffardo sembrava incombere sempre più prepotentemente sui palazzi e su di lui e di luce, se di questo si poteva parlare, ancora qualche ora prima che tutto volgesse al nero. Tornare a casa, preparare le valige e andare all’aeroporto, solo quello gli restava da fare, e lo avrebbe fatto, senza pensarci più su. Londra? New York? Sydney? Era sempre stato uno dei suoi sogni, lasciare tutto per una di queste grandi metropoli da film. Sedersi su un divano di velluto in qualche bar di Broadway a bere un caffè nero lungo, magari scrivendo qualcosa. Perché non invece un paesino di montagna, una casa col tetto in pietra e un caminetto caldo ad attenderlo? Perché New York e non un cimitero di campagna? Perché una sfilza di foto davanti alla porta di Brandeburgo invece di un panino al salame seduto sul muretto di una chiesa? Le possibilità e l’arricchimento culturale? Dubitava ormai che essere uno dei mille che ogni mese prende in affitto un monolocale a Kreuzberg potesse arricchirti culturalmente di più che una casetta col tetto in pietra a pochi passi dal bosco e dall’odore di muschio. Anna avrebbe apprezzato questi pensieri, lo sapeva. Anna in fondo lo amava ancora.  E magari chissà, lo avrebbe raggiunto in quella radura fra i pini un giorno e avrebbero scopato proprio lì, su quel letto di aghi con il rumore dell’acqua fresca pochi passi più in là; o forse no, ma ormai era domenica e necessariamente bisogna poi rassegnarsi ai tanti lunedì che ci aspettano, senza pensarci troppo su. Aveva deciso.

Tornato a casa chiuse le valigie e scrisse un ultimo messaggio ricco di speranza  “Anna, domani finalmente parto, vieni con me?”. Pochi minuti dopo il telefono vibrava, mentre lui spegneva l’ennessima sigaretta a punta, in un posacenere di lava nera.

Un disco terapeutico che “si canta da sè”

Il 29 Giugno 2001 nel Parco di Montesole, una piccola conca d’erba e vitalità sull’Appennino andò in scena fra la luce di mille candele, uno dei più belli spettacoli musicali degli ultimi vent’anni.

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I CSI (già CCCP) di Giovanni Lindo Ferretti portano sul palco un concerto dal nome PGR, Per Grazia Ricevuta, acronimo che avrebbe poi dato vita all’ennesima evoluzione della musica di Ferretti e soci. Una serata in memoria di Don Giuseppe Dossetti, uno dei padri fondatori della Costituzione morto cinque anni prima. Una serata all’insegna dell’antifascismo e della libertà, non per niente il concerto (e il susseguente disco) si apre proprio con “Guardali negli occhi” onirico e romantico inno ai partigiani. Durante il live brani inediti scritti apposta per l’occasione e reinterpretazioni di alcuni famosi pezzi di CCCP e CSI. Tra un brano e l’altro emerge tutta l’intensità artistica, testuale e musicale insita in ogni lavoro di Giovanni Lindo. Un disco terapeutico mi piace definirlo, capace di innalzare l’ascoltatore verso sentieri canori al limite fra la storiografia, la poesia e il semplice piacere del viaggio. Ascoltando il susseguirsi delle canzoni si viene ogni volta trasportati a quella sera, a quelle atmosfere, guidati dalla fusione quasi perfetta tra la voce di Ferretti e di Ginevra Di Marco. Sui testi come al solito quando si parla dei CSI, non bisogna spendere troppe parole: le interpretazioni variano ad ogni ascolto e il loro potere è proprio quello di potersi adattare allo stato emotivo dell’ascoltatore in ogni istante della sua quotidianità. In questo senso “Montesole” è un disco terapeutico, capace di fondersi saldamente, ad ogni ascolto, con l’animo di chi vi presta attenzione.

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Canzoni ricche d’amore come la Titletrack “Montesole” o la più sincopata “Io e Te”, ma anche classici intrisi di protesta e lotta come “Cupe Vampe” o di sensualità come in “Tu e Io”. Si passa di pendio in pendio senza un attimo di esitazione, ci si sofferma giusto ogni tanto a godere del panorama. Perchè come già detto, Montesole in fondo è un grande viaggio sotto la guida sicura e quasi oracolare dei “CSI”, da quella lontana sera del 2001 PGR.

Per Grazia Ricevuta abbiamo in eredità questo disco, che cura, ha curato e può curare ancora. Un ascolto e poi mi direte.

 

Chi sono gli Eagles of Death Metal

Il 13 Novembre a Parigi sono saltati agli onori della cronaca per il triste avvenimento terroristico che li ha coinvolti durante un concerto al Bataclan, storico locale d’oltralpe, ma chi sono gli Eagles of Death Metal? Forse non tutti, prima di qualche giorno fa li conoscevano.

La prima volta che ho sentito parlare degli Eagles of Death Metal (o EODM) è stata qualche anno fa, durante una puntata di Californication, celebre serie tv americana targata Showtime. Becca, la figlia del protagonista Hank Moody se li stava pompando in cuffia, nella sua cameretta, probabilmente per distrarsi un po’ dalle tante bighellonate di quel maldestro di suo padre. Dopo quella prima volta mi sono incuriosito, nonostante il nome della band che richiama il Death Metal (e io non amo il Death Metal) e mi sono messo ad ascoltare un po’ dei loro lavori. E’ scattato subito l’amore, soprattutto dopo aver scoperto che Josh Homme, personaggio di spicco della scena stoner, leader dei Queens of the stone age e già membro dei Kyuss, faceva parte della band.eagles-of-death-metal

Insieme ad Homme però c’è un altro pazzerello, forse il vero leader e la vera mente dei EODM, un certo  Jesse Hughes (voce e chitarra) soprannominato “The Devil”, già scrittore di discorsi politici e attivista del Partito Repubblicano. I due formano la band nel 1998 a Palm Desert (California) dopo l’esperienza comune avuta nelle Desert Session (Man’s Ruins Records), raccolte musicali in più volumi che videro la partecipazione di alcuni fra i più famosi esponenti della scena Stoner Rock di quegli anni.

Negli anni successivi, nonostante gli impegni di Homme con i suoi ben più famosi Queens of The Stone age, la band riuscì a sfornare il primo disco; un mix letale di Stoner, Rockabilly e heavy metal che non fa storcere il naso ai puristi del rock più duro e che fa muovere il piedino anche ai meno avvezzi a talune sonorità e ai frickettoni indie di nuovo millennio. Il tutto col titolo di Peace, Love, Death Metal (2004, AntAcid Audio).

Due anni dopo, nel 2006, gli EODM, fanno uscire il loro secondo lavoro, col titolo di  Death by Sexy (AntAcid Audio) e ormai sono lanciatissimi verso una florea carriera, grazie anche all’utilizzo di alcuni loro brani per delle pubblicità e alle loro condivisioni del palco con The Strokes, Placebo e Gun’s and Roses.

L’ironia (spesso con riferimenti sessuali) accompagnata talvolta dalla critica a sfondo politico non manca mai nei testi degli EODM, questo perché sia Homme che Hughes, non sono per niente dei cretini e hanno le idee ben chiare su molti temi “caldi” del mondo contemporaneo. Il loro è un rock fulmineo (spesso sono brevi le loro tracce), duro, ma anche sculettante e scanzonatorio e buona parte della loro attività è composta dalle performances live, dove danno il meglio di sé e dove si può godere fino in fondo della loro musica.

Quest’anno, dopo l’ultimo album Heart On (2008, Downtown Recordings), hanno pubblicato un nuovo disco col titolo di Zipper Down (Downtown Recordings), anticipato dal singolo Complexity e contenente anche una bella cover della celebre Save a Prayer di “DuranDuraniana” memoria. 11 tracce come al solito energiche e chitarrose che continuano bene nel solco tracciato dai loro album precedenti.

Ora sono in tourneé già da qualche mese e in Europa tanti li stavano attendendo da un po’, me compreso. A dicembre dovrebbero venire in Italia per tre date, una a Treviso (3 Dicembre), una a Roma (4 Dicembre) e una a Torino (5 dicembre); non sappiamo ancora se dopo i tristi eventi parigini dell’altro giorno, gli Eagles of Death Metal, coinvolti direttamente nella sparatoria all’interno del Bataclan, se la sentano di continuare il Tour, noi ce lo auguriamo, ma allo stesso tempo capiremmo benissimo una decisione di altro tipo. Intanto continuiamo a goderci la loro musica, potente e cazzara al contempo, alla facciazza del terrorismo o di chi per lui.

Marco Ceretto Castigliano

Un ricordo del Bataclan attraverso la musica

L’11 Febbraio 1995 Jeff Buckley suonava al Bataclan di Parigi. Il nostro pensiero sui terribili fatti dell’altra notte in Francia, in quel locale storico e famoso per aver ospitato alcuni concerti molto celebri, da Lou Reed and Nico a Jeff Buckley appunto, lo facciamo passare attraverso la musica. Godetevi questo stupendo live dalle emozioni forti. #ThinkforParis 

Indianizer: Torino-Honolulu sola andata

Gli Indianizer ci portano da Torino al Pacifico attraverso 9 tracce dal sapore psichedelico e tropicale. Fin dalla copertina di Neon Hawaii capiamo che la psichedelia centra qualcosa e l’ascolto del disco poi ce lo conferma. Per quanto riguarda i tropici invece, i sample direttamente dalla giungla, fra tucani, mosquitos e monsoni parlano abbastanza chiaro.

Un disco costruito bene quello del quartetto torinese figlio di alcune fra le band più promettenti del panorama indie pedemontano come Foxhound, Deian e Lorsoglabro e ManiaxxIndianizer-Neon-Hawaii_music-coast-to-coastun disco atmosferico che strizza sicuramente l’occhio alla world music e al pop psichedelico più moderno, senza trascurare però qualche puntatina garage-noise, come sulla bella coda di Why Why Hawaii o nel bel mezzo di Swallow me. Belli gli arrangiamenti, i synth sullo sfondo, la base ritmica spesso incalzante e che non trascura il tropicalismo più danzereccio e le trovate (mai banali) attorno alla voce di Riccardo Salvini. Le chitarrine pulite, nipoti dell’Ukulele hawaiano più classico fanno bella mostra di sé, in un modo o nell’altro, in tutte le tracce.

Qui dentro c’è un po’ di tutto insomma e questo lo avrete ormai capito, ma non c’è solo la già citata psichedelia o le “giungle del Pacifico”, si intravedono anche I Beatles e gli Animal Collective (ascoltare la traccia di chiusura Nu u per credere). C’è tanta roba sì, ma ci sono anche i giusti momenti di quiete e onirico girovagare, come in ogni disco psichedelico che si rispetti; c’è lo sperimentalismo di quattro giovani e promettenti musicisti, ma anche la dolce semplicità del pop, che forse nei loro primi e più acerbi lavori mancava e che ora invece fa di Neon Hawaii un disco bello da ascoltare, stimolante da recensire e sicuramente molto divertente da vedere dal vivo.

Ascolti consigliati: From here to Maui Maui, Haumea, Big Big Sea

Link: http://www.edisonbox.it/,  https://www.facebook.com/Indianizer-219016354889784/?fref=ts

Marco Ceretto Castigliano

Festa della Musica di Torino 2015. La tua Musica prende il volo.

La tua Musica prende il volo” il tema dell’edizione 2015 (la quarta edizione per esser precisi) della Festa della Musica di Torino, che dal 12 al 14 Giugno celebrerà la musica in giro per le vie e piazze del Quadrilatero Romano. La Fête de la Musique, nata in Francia nel 1982, celebra fin dalla sua nascita il solstizio d’estate, il 21 Giugno, portando in giro per le strade delle città una grande manifestazione musicale popolare, ricca di contenuti e di fruizione totalmente gratuita. L’associazione Mercanti di Note, nel 2012 decide di portare il format francese anche qui da noi, in Italia, a Torino, trasformando il quartiere del Quadrilatero Romano in un grande palco a cielo aperto e diventando anche un modello per le altre Feste della Musica italiane che avrebbero negli anni seguito l’esempio di Torino. Quest’anno a causa della visita del Pontefice proprio dal 21 di Giugno, la Festa della Musica è stata anticipata di una settimana, senza perdere niente…anzi.

Dall’anteprima di Venerdì 12, che ospiterà anche il Festival della Musica elettronica in quel del cimitero di San Pietro in Vincoli a cura di Mobbing Party (ma sempre con una selezione popolare di dj dalle sfumature e attitudini più varie), si passa a Sabato 13 in cui la manifestazione entrerà propriamente nel vivo e l’intero quartiere verrà coinvolto con palchi, attrattive e punti ristoro un po’ ovunque. Domenica 14, al mattino, la Festa della Musica diventa Musica for Kids, con laboratori musicali per bambini all’aperto, dai laboratori di percussioni e chitarra agli approcci al canto e alla ritmica, tutti portati avanti in collaborazione con le migliori scuole di educazione musicale, i cui allievi si esibiranno durante il resto della giornata in spazi a loro dedicati, sempre nella cornice del Quadrilatero Romano. Domenica sera il Grande Concerto di chiusura, che segnerà la chiusura della manifestazione.

Più di 100 volontari, più di 800 musicisti tra band, solisti e allievi delle scuole di musica, oltre 200 concerti, tanti punti Pianoforte, punti radio e punti ristoro sparsi per il bel quartiere del centro, fanno di questa manifestazione una bella occasione per portare la musica nelle strade della nostra bella città e renderla il più fruibile possibile, sperando di bissare le circa 50.000 presenze della scorsa edizione.

Tanti i partner di questa edizione della Festa della Musica. Dall’Aeroclub di Torino, che proprio per lo slogan “La tua Musica prende il volo” non poteva mancare, fino al Main sponsor, il celebre marchio di abbigliamento Pepe Jeans (che a quanto pare si è ritrovato spesso a sostenere iniziative musicali di questo tipo e che ospiterà concerti anche nel suo store di via Lagrange), ma anche Tiger e Miele, che ospiterà nel suo Miele Center di Piazza Bodoni la serata inaugurale della Festa della Musica, Giovedì 11 giugno.

Insomma ancora una volta la Festa della Musica di Torino può trasformarsi in una bella kermesse musical-popolare, accessibile ai molti e dall’alto tasso di musica, cultura e divertimento. Non Mancherei.